Interviste agli autori – Daniel Di Schüler

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Quarta puntata delle interviste ad autori/trici che scrivono sia per bambini/ragazzi, sia per adulti.

Dopo tre scrittrici, Erica Arosio, Viola Ardone e Sara Bertrand, è la volta di Daniel Di Schüler di rispondere alle nostre domande e lo fa con la schiettezza e la semplicità che gli sono proprie.

Autore per noi di “240 battiti al minuto”, è appena uscito il suo ultimo romanzo “L’ora che il tempo dice”, ExCogita edizioni.

1. Dino Buzzati affermava che “Scrivere per ragazzi è come scrivere per gli altri, solo più difficile”. Concorda con questa affermazione e perché?

Devo fare un paio di premesse. Non scrivo libri destinati solo ai ragazzi: semplicemente vorrei che i ragazzi, in particolare, leggessero alcuni dei miei romanzi. I giovani, inoltre, non sono dei lettori dalle capacità limitate. Con Alberto (Cristofori ndr), parlavamo qualche giorno fa dei grandi russi. Credo che molti di noi li abbiano affrontati per la prima volta da adolescenti: in quell’età in cui la curiosità per la vita adulta, che si avverte prossima, ci spinge ad esplorare anche le pagine di Tolstoj o Dostoevskij. Detto questo, è evidente che considero vera la prima parte dell’affermazione di Buzzati. Le difficoltà, per me, sono sorte quando ho voluto che la voce di una ragazza raccontasse una delle mie storie. Una scelta che ha comportato una serie di problemi linguistici e stilistici che, questi sì, forse sono analoghi a quelli che deve superare chi scrive per i bambini e di cui parla Buzzati.

2. Quando si parla di letteratura per bambini e ragazzi entrano in gioco questioni pedagogiche e addirittura etiche. Con quali modalità le introduce nel racconto?

Vorrei che i ragazzi leggessero quelle mie storie che credo esprimano, in sé, certi valori. Storie… come dire… che parlano da sole. Inutile levare peana alla tolleranza o all’accoglienza, per esempio. Addirittura dannoso, come tutto quello che è forzato e quindi sentito come falso, introdurre delle pagine ad effetto solo per tramettere questo o quel messaggio. In fondo, è la lezione delle parabole evangeliche: fare di un racconto, di tutto un racconto, un esempio.

3. Ritiene che esista un linguaggio pertinente a bambini/ragazzi? E se sì, quale?

Con i miei figli non ho mai usato il bambinese. Ho sempre cercato di parlare con loro nel mio italiano più chiaro. Se dovessi scrivere un libro per bambini farei lo stesso. Eviterei periodi troppo lunghi ed esempi estranei all’esperienza infantile, ma non mi porrei altre limitazioni, soprattutto dal punto di vista lessicale. Dico sempre di amare Gadda e la precisione chirurgica della sua scrittura; spesso cito Calvino come maestro di stile. Se devo essere sincero, però, devo tanto del mio lessico a Topolino: alle parole “difficili” che qualche provvida mano infilava tra le nuvolette in cui mi perdevo a sette o a otto anni.

4. Come cambia il punto di vista di un autore quando passa dalla scrittura per grandi a quella per piccoli? E quale ricerca fa dentro di sé per entrare in empatia con un giovane lettore?

“Ogni generazione rinnova lo sguardo”, scriveva un famoso storico dell’arte. Vedere il mondo gli occhi dei giovani è una sfida. In fondo, la stessa che ci pongono culture diverse dalla nostra. Frutto di sensibilità simili alla nostra, ma che non sono la nostra. In entrambi i casi dobbiamo liberarci da pregiudizi. Non valutare come minore, inferiore o immaturo quello che per noi è nuovo oppure dimenticato. Specie quando abbiamo a che fare con i ragazzi, dobbiamo piuttosto recuperare la memoria. Ritrovare i sogni, le illusioni, i dubbi e le paure della nostra gioventù. Soprattutto, dobbiamo ascoltare. Per me, dalla parlantina sciolta e con un repertorio d’idee ormai preconfezionate, il più difficile degli esercizi.

L’unico, però, che giustifichi la mia pretesa d’essere scrittore, non importa se per ragazzi o per adulti. Salvo eccezioni, la scrittura non si riduce a narcisismo solo quando diventa attenzione agli altri.

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