Interviste agli autori – Erica Arosio

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Uno scrittore che, normalmente, attende alla letteratura per adulti, trova altrettanto naturale scrivere per bambini?

Partendo da questa curiosità, ci è sembrato interessante fare qualche domanda in proposito agli autori che hanno scritto per la nostra casa editrice e che scrivono anche per gli adulti, per comprendere come avviene in loro il “cambio di passo” tra un genere e l’altro.

Queste le loro risposte.

Erica Arosio, autrice di “La bambina che dipingeva le foglie”.

1. Dino Buzzati affermava che “Scrivere per ragazzi è come scrivere per gli altri, solo più difficile”. Concorda con questa affermazione e perché?

In un certo senso sì. Perché devi metterti molto di più di quanto non accade con un adulto dalla parte del lettore. Quanti anni ha chi ti leggerà? Questa domanda non me la pongo quando scrivo per i “grandi”, forse quando scrivo per gli adulti scrivo soprattutto per me.

Se il mio lettore sarà un bambino, non censuro tanto i concetti, perché credo che i piccoli siano dotati di un grande intuito innocente e in più sono molto veloci, con un’immaginazione fiammeggiante. La mia attenzione è sui termini, perché i bambini padroneggiano meno parole di un adulto e faticano a seguire periodi complessi o troppo articolati. Posso raccontare qualunque storia purché con termini semplici e scrittura lineare. Il che diventa pure un buon esercizio, a prescindere.

2. Quando si parla di letteratura per bambini e ragazzi entrano in gioco questioni pedagogiche e addirittura etiche. Con quali modalità le introduce nel racconto?

Non so se etico sia il termine che userei. Sto più in basso, per così dire. Voglio raccontare una storia bella che faccia star bene il bambino e che lo faccia viaggiare, che lo prenda per mano e lo aiuti a mettersi in contatto con la sua fantasia, per volare, poi atterrare e fare quei piccoli passi per diventare grande. Può spaventarsi e quante favole sono terrificanti, l’importante è dargli poi la possibilità di sapere che un porto sicuro c’è e potrà arrivarci. Questo può essere definito pedagogico, come però dovrebbe essere qualunque altra modalità di rapportarsi con un bambino. L’adulto deve mettersi da parte senza dimenticare se stesso e soprattutto senza mentire mai.

3. Ritiene che esista un linguaggio pertinente a bambini/ragazzi? E se sì, quale?

Credo nei collegamenti intuitivi, mi piace l’idea di fornire a un bambino una valigia di idee, emozioni, possibili percorsi ma sempre lasciandogli poi la possibilità di continuare per conto suo, giocandoci e scombinando le carte. Deve poter andare avanti con la storia o tornare indietro, non è giusto dargli tutto in modo rigido e predefinito. In questo senso penso sia sempre utile che un adulto accompagni poi i più piccoli nella lettura permettendo loro di impossessarsi della ricchezza della parola.

4. Come cambia il punto di vista di un autore quando passa dalla scrittura per grandi a quella per piccoli? E quale ricerca fa dentro di sé per entrare in empatia con un giovane lettore?

Mi identifico con un bambino, cerco di vedere il mondo come lo vedrebbe lui, mi lascio anche andare a ricordi e paure dell’infanzia, che per fortuna non ho dimenticato. Ho dentro di me momenti vividissimi con emozioni forti, slanci frustrati da adulti che non li capivano. Penso al Piccolo principe e al famoso disegno del serpente che aveva ingoiato un elefante e tutti vedendolo esclamavano che bel cappello! Ecco, cerco di stare così vicina ai bambini da non scambiare mai un boa sazio per un Borsalino.

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