Interviste agli autori – Marina Mander

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Dopo Antonio Iovane, è la volta di Marina Mander, autrice di “GattoNando per il mondo”.

Ecco le sue risposte:

1. Dino Buzzati affermava che “Scrivere per ragazzi è come scrivere per gli altri, solo più difficile”. Concorda con questa affermazione e perché?

Certo, scrivere per ragazzi è più difficile perché le parole devono essere semplici e le costruzioni possibilmente paratattiche ma una minor libertà d’espressione viene compensata da una maggior libertà d’invenzione, è questo il bello, il gioco, il nonsense, il paradosso. I bambini hanno un meraviglioso senso dell’umorismo e non si stupiscono se l’ordinario diventa straordinario, se è sempre l’ora del tè.

2. Quando si parla di letteratura per bambini e ragazzi entrano in gioco questioni pedagogiche e addirittura etiche. Con quali modalità le introduce nel racconto?

La letteratura, indipendentemente dall’età dei lettori, dovrebbe mostrare e non dimostrare. La morale della favola, se proprio deve esserci, deve emergere dal racconto con una leggerezza tale da essere quasi impercettibile, un processo osmotico, non cervellotico. Non penso che le storie debbano essere per forza edificanti, l’importante è che offrano un altro punto di vista, una sorpresa, una scoperta sul mondo.

3. Ritiene che esista un linguaggio pertinente a bambini/ragazzi? E se sì, quale?

Anni fa ho fatto un lavoro bizzarro: mi hanno chiesto di scrivere delle sceneggiature per dei piccoli film i cui protagonisti erano i personaggi delle sorprese degli Ovetti Kinder. Ogni testo veniva poi vagliato da un team di psicologi dell’Università Cattolica di Milano perché naturalmente la Ferrero non poteva permettersi di divulgare contenuti che non fossero al 100% a prova di bimbo. Alla fine del progetto la psicologa mi chiese: ma come ha fatto? Non ha sbagliato nemmeno una parola, non ci era mai successo! Come ho fatto a usare un linguaggio pertinente? Non so, ho solo cercato di cavare un regno da un bruco…

4. Come cambia il punto di vista di un autore quando passa dalla scrittura per grandi a quella per piccoli? E quale ricerca fa dentro di sé per entrare in empatia con un giovane lettore?

In analisi transazionale si parla di stati dell’Io: Genitore, Adulto, Bambino. Se scrivo per i più piccoli mi tuffo nello stato bambino e, siccome ho buona memoria di com’ero, di cosa mi divertiva e di ciò che non mi piaceva, e siccome credo di aver imparato quello che so del senso della vita entro i dieci anni, ritrovare la me stessa di un tempo non mi è difficile, e così entrare in empatia con un universo solo anagraficamente lontano. Anzi, il mio romanzo più amato dai lettori – La prima vera bugia -, pur essendo un romanzo per adulti, ha un protagonista di quell’età. Se non fosse per la vicenda narrata, che è molto tragica, credo che anche un ragazzino potrebbe sentirsi coinvolto.

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